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Una lacrima sul viso

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Questa piccola opera di poesia è espressamente ed unicamente dedicata a tutti coloro che, nonostante il tempo sia passato, portano con sé qualcosa dei pomeriggi passati con la TV dei ragazzi: dal 1969 al 1977, circa.
E' dedicata a chi, in un qualche modo, porta memoria di ciò che ha visto, come se ancora quei programmi potessero dare voce alle ombre del tempo ed alla memoria di ciò che è stato.
Queste quattro paginette di poesia sono dedicate a tutti quelli che, in un qualche modo ignoto anche a loro stessi, ogni tanto, senza aver bisogno di televisore né di computer, rivedono un programma come Avventura, riascoltando Joe Cocker e la musica dei Beatles, rievocano una malinconia quieta risentendo le note di A salty dog, dei Procol Harum.
Dedico questa piccola fatica a chi, forse in una casa ed in un cortile che adesso non ci sono più, in una strada in cui non passa più, si ritrovava a canticchiare da solo o in compagnia: Don Cristobal, vorrei sposar tua figlia!
A chi si è magari un poco immedesimato con un Ragazzo di periferia.
E dedico Una lacrima a tutti i bambini e tutte le bambine del 1972.
Dedico Una lacrima a tutti i bambini e tutte le bambine, che, nel lontanissimo 1972, per mezzora alla settimana, parteciparono delle emozioni e dei sentimenti di alcuni ragazzi in vacanza nelle Ardenne, Belgio, e vissero con quei ragazzi un'avventura incentrata in un castello senza nome.
A chi ha superato tutte le prove ed è entrato a far parte dei Cinghiali delle Ardenne.
A chi si è azzuffato con un altro ragazzo per poi diventare suo amico.
A chi ha scalato un alto muro ed è entrato di nascosto in un castello, ha liberato una bambina rapita.
Dedico Una lacrima a chi ha preso uno di quei ragazzi come suo moroso, unilateralmente, a chi avrebbe voluto essere baciata da uno di loro, a chi ha dedicato ad uno di quei ragazzi i suoi pensieri, anche solo per pochi minuti, anche solo per un niente.
Dedico Una lacrima a chi ha creduto in quei ragazzi. Ci crede ancora.
Dedico Una lacrima a chi ha vissuto insieme a quei ragazzi. Ci vive ancora.
Ricordo i loro nomi: Jean-Loup, Bruno (detto Cow-boy), Lustucru, Byloke, Patrick, Franz.
Ricordo anche la piccola Vanessa, ricordo il cane di Patrick, Ringo.
C'era anche una ragazza dai lunghi capelli, lunghi e biondi. Veniva dal Canada.
Io, in suo ricordo ho scritto, ed in ricordo dei suoi compagni: e amo pensare che i bambini e le bambine del 1972, dal castello senza nome e dai sette ragazzi possano averne tratto un seme, poi un fiore, ed infine un frutto. Ohè, le gars: da quella musica, dalla nostra musica, dalla musica che abbiamo ascoltato per la prima volta, in un pomeriggio di tanti anni fa. Ed è rimasta con noi, ci ha accompagnato anche quando credevamo d'averla scordata, anche quando tutto sembrava essere stato inghiottito dal tempo. Un fiore, un frutto: dalla nostra musica, che è sempre rimasta qui con noi, che aspettava solo un nostro gesto, un nostro sguardo, i nostri occhi.
Sì, c'era anche una ragazza dai lunghi capelli biondi.
Veniva da Montreal, Quebec, Canada.
Io per lei ho scritto.
Si va beh, ho scritto, ho scritto, ma poi m'accorgo che con lei mi mancano sempre le parole.
Niente da fare, non è cambiato niente...

Proemio
“Dacci la gioia di conoscer bene
le nostre gioie, con le nostre pene.”
Sandro Penna, Una strana gioia di vivere, XIX


Scrivo perchè mi sento addosso la morte, come una donna.
L'artiglio del suo occhio, quello spettrale dente,
lei davanti ha me ha sollevato la sua gonna:
capite, io faccio poesia quando la vita è assente.

Scrivo per le mie sorelle ed i miei fratelli,
con speranza che alla fine da loro mi giunga un dono:
che questa pagina di poesia di più c'affratelli,
e mi donino dunque il loro perdono.

Il perdono. E per che cosa?
Per aver guardato il mondo dietro una micidiale lente,
un Peter Pan saltellante, che mai riposa:
uomo un quarto, tre quarti adolescente.

Perchè voi avete vissuto, siete andati avanti,
avete gettato i vecchi panni.
Io, perso nel suono d'un piffero e nei suoi canti:
sapete, quel folletto barbuto, compagno di Gianni...

Quell'elfo scacciato dalla sua terra
è la creatura che alle spalle - crescendo - ci si lascia,
non come me, col sentimento presente ma che opera sottoterra:
il bambino che non riesce a sotterrar la sua ascia.

Arabella deve fuggire, deve liberarsi,
deve vivere e volare nella sua foresta,
altrimenti tutti i suoi desideri saranno arsi:
per non ascoltare, dopo, il silenzio che vi resta.

Alle migliaia di bambini del mio cortile mi rivolgo, a loro guardo.
Non ne conosco i volti, ma so dei ricordi di domani:
ditemi che bastano i vostri occhi, un vostro sguardo,
per affidare i miei ricordi alle vostre mani.

Sarà una mania, sarà un vecchio tarlo,
ma mi rivolgo a chi come una goccia d'acqua mi somiglia,
e so cosa amano quelli a cui parlo:
il piatto caldo di minestra che si gusta solo in famiglia.

“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?“
Chi riconosce il tesoro dell'età verde come proprio padre,
ne conosce anche la lingua, il volto, il colore dei capelli.
“Questi è per me fratello, sorella e madre.“

I miei fratelli e le mie sorelle mi conoscono, eccome,
con me ogni giorno ed ogni ora stanno;
solo loro, solo loro sanno scoprire cosa si cela in un castello senza nome:
solo i bambini capiscono, sanno.

Avventura
“Il gatto che attraversa la mia strada
o bianco o nero stasera mi aggrada.
Ma non mi aggradi tu stanca puttana:
chiuditi con un altro nella tana.“
Sandro Penna, op.cit., XXVI


Poveri bambini, ben più poveri di quelli d'allora,
oh, che la vostra ricchezza non si perda!
Avanti, che della merenda è l'ora:
un impasto di coloranti farcito con merda.

Poveri bambini, la vostra ricchezza tenetela ben stretta
che è costata tanto, o forse davvero poco:
gustatevi la merendina con pubblicità in diretta,
ed in premio avrete un cancro allo stomaco un'ora dopo.

E' una merendina farcita di cellulari, suonerie, cuffie, è buonissima e non si paga.
Se la mangiate vi dà il senso delle cose in automatico,
quella ricchezza che sola, sola appaga:
probabilmente si diventa immortali, nel vuoto pneumatico.

Poveri bimbi miei, di quanti telefonini ciascuno di voi può disporre?
E quanta bella e buona cacca che ogni giorno manducate!
E la fantasia corre, corre, corre,
corre nei megastore, il regno delle fate.

Poveri bimbi miei, divoratori coatti solo di ciò che è oggi,
a difendervi non c'è neppure il più malandato cane,
perchè in bocca entra ciò che non resiste, cui non t'appoggi:
e non un po' di confettura, spalmata su d'un pezzo di pane.

Poveri bambini che a discerner il pericolo non siete usi,
non scorgendo in un brillante video l'arrivo del gorgo:
vittime di tutti i soprusi,
non sapendo sotto quale aspetto si presenta l'orco.

Oh poveri bambini, davvero straricchi di tutte le virtuali bolle d'aria,
chi mai il mercato coatto per l'infanzia criticar s'arroga?
Eppure il male resta, il problema non varia,
crescendo voi col senso critico di Paperoga.

Tra qualche anno, senza un paio di cuffie avrete vergogna a farvi vedere in giro,
così sulla pelle vostra si sarà consumato l'ultimo dei torti:
derubati dell'infanzia perchè strapieni di roba, ecco l'ultimo raggiro,
e festeggerete il diciottesimo anno dal mondo dei morti.

Tra un po' vi macchierete di sangue per un cellulare, ed avrete il volto sorridente,
perchè un ragazzo che ne è senza è segnato a dito, peggio d'un derelitto:
e pur di non sentir in faccia quello sputo irridente,
in santa coscienza arriverete al delitto.

Perchè di due sole parole consta la grammatica della vostra infanzia.
Il verbo: apparire; il sostantivo: possesso.
Il dramma di cui siete attori forzati qui si sostanzia:
infatti avete sempre chiesto, chiesto, come un ossesso.

Sono stati i vostri genitori a fare il primo passo.
Quelli che tutto concedevano, loro hanno iniziato,
e che poi di fronte ai vostri orrori rimarran di sasso:
ma quelli che v'hanno messo al mondo son quelli che v'hanno ammazzato.

Non ve l'abbiate se pare ch'io abbia in bocca solo una parola triste,
o che sul mondo abbia uno sguardo raggelato:
è che ho da togliermi una ciste,
e non incido subito sul vivo, ma inizio di lato.

Certo, un'ora o due del pomeriggio a guardar la tele non è gran cosa,
ma lo è se un'intero mondo vi si esprime,
(ecco perchè la mia memoria non riposa)
e non noia appariscente, che nel nulla s'imprime.

Stare davanti ad un televisore non è uno scherzo,
non è neanche un passatempo ma un impegno non da poco:
conoscer la frizione, il freno e lo sterzo,
per non sbatter contro un muro, e tra le lamiere morire nel fuoco.

Ma se v'abbandonan per ore, così, davanti ad uno schermo,
a che pro lamentarsi dei danni sopravvenuti?
Cresce qualcuno intellettualmente infermo,
al cospetto di adulti quasi ciechi, molto sordi e del tutto muti.

Noi, questo pericolo mai l'abbiam corso.
Noi, bambini del '70, eravamo solo soggetti,
facevam parte d'un discorso condiviso:
per crescere, nello schermo alla fine ti ci getti.

Sissignore. Ti ci getti e lo sai,
cioè distingui tra realtà e fantasia, così il video non ti cattura,
e questa lezione vale, vale assai:
il bambino traccia una fondamentale linea di frattura.

Tele '70 (e '60) è una lezione d'oro zecchino.
Il bambino è un 'attore, sa di cantare in un coro,
non una comparsa che ogni stronzata ingoia a capo chino:
così è libero, libero anche di mandare affanculo lo Zecchino d'oro.

Noi siamo stati gli attori, noi gli eroi.
Perchè? Perchè provavamo desiderio, desiderio,
non come voi, poveri consumisti buoi:
un mondo di sorrisi plastificati, un mondo stronzissimamente serio.

Desiderio di vivere una cosa bella e vera,
non affetti da indotta smània di possesso.
E' nell'avventura che la crescita del bambino s'invera:
ci s'identificava anche con Pippi, anche con l'altro sesso.

Desiderio di vivere cose belle e vere.
E la TV dei ragazzi ha lasciato la sua indelebile impronta:
non davanti ad un video a farsi delle pere,
non il surrogato d'una pappa sempre pronta.

Era la TV dei ragazzi,
per delle persone concepita:
a voi danno solo dei razzi,
che poi vi esplodono tra le dita.

Desiderio, desiderio d'avventure distribuite in settimane e settimane.
Secoli oggi, inaccettabili ere.
Ma così nell'animo del bambino qualcosa si fissa e rimane:
aveva un suo fascino anche Sapere...

Era la TV dei ragazzi: qualcosa che per noi nasceva, nuova e ogni volta rinascente.
Come d'una attesissima bambina di cui si dice: è nata, è nata!
Non la sfilata del cerone fatiscente
ma un programma, non una celebratissima puttanata.

Poveri bambini miei, cosa vi tocca vedere il pomeriggio, la sera, la notte?
Spie del Vaticano, vecchie troie di cartapesta:
la loro funzione - voi non lo sapete - è di darvi botte, botte,
botte, per squadrarvi - già da subito - la testa.

Miei poveri bambini, qual'è oggi la TV degli adulti e dei ragazzi?
Una rimpatriata di semprevivi mentecatti,
un balletto d'imbranatissimi scagazzi,
un ruggito di oche ed un grufolìo di altezzosi ratti.

Vecchie puttane v'invitano nei loro sponsorizzati covi:
o fate audience o vi tiran calci da mulo.
Ma perchè ridursi a bovi?
Imparate da giovani: le battone televisive si mandan solo affanculo.

Dite, s'usa ancora far merenda - alle quattro circa - ed in più con una bibita rinfrescante?
Ma adesso - voi non lo sapete - da bere c'è olio di ricino, un po' di bromuro con iodio,
perchè il regime come lui vi vuole, sempre col culo cascante:
ogni cosa laica l'hanno in odio, in odio ed in odio.

Ed il martello pubblicitario, bambini, lo fa bene il suo dovere:
è lui l'eroe vero ed occulto, e vi intacca, vi intacca,
inventando mostruosità sorridenti e veritiere,
lasciandovi liberi per 15 secondi, se avete voglia di fare la cacca...

Forse è difficile rendersene conto,
ma ciò che vi manca è proprio quel che - in apparenza - sovrabbonda:
vi manca un racconto,
quel raccontare che - solo - può lanciarvi sulla cresta d'una altissima onda.

Manca il posto ove si riflettano le vostre emozioni, i vostri sentimenti tutti lì raccolti.
Vi manca un grande, magnifico specchio,
vi mancano quegli eroi nei quali possiate vedere i vostri volti:
vi manca la musica, non l'orecchio.

Non hot-dog: vi necessita un gustosissimo stracotto.
C'è il pozzo e l'acqua anche, ma non avete il secchio,
e di questa mancanza pagate tutto lo scotto:
vi manca la musica giusta, non l'orecchio.

In memoria di lei
(Bruno: "In Canada, per esempio?"
Jean-Loup: "Perchè no?")



Era una sera davanti al computer, una come tante.
Passeggiando in compagnia dei ricordi, m'era venuto un sospetto:
ed ho avuto una pensata da genio, anzi da caporale, anzi no da fante,
perchè qualcosa aveva ricominciato a battermi in petto.

Dio stramaledica Youtube, i portali ed i motori di ricerca!
Ma perchè sono così fesso, ma perchè non capisco mai una minchia?!
Ma perchè di quello che mi fa soffrire vado in cerca?
Eppure lo sapevo già che i ricordi colpiscono in faccia, e con la cinghia!

E sì che c'era una vocina che mi supplicava di non farlo, non farlo!
Perchè sì, si gode a riveder quello, ma anche si soffre, si soffre.
E sì che la vocina me lo diceva : non riuscirai a sopportarlo,
perchè il passato prende, prende più di quel che offre...

Ma il dito sul touchpad reclamava azione, azione!
Eppure sentivo la vocina: vedrai che poi soffri...
Ma io, noto deficiente, mi deliziai di cadere in tentazione:
perchè tu, passato, derubi sempre e proprio di quel che offri.

E così... così risentii la musica che m'aveva fatto vivere,ma in un altro mondo, in un'altra età:
E così... così per primo riapparve Jean-Loup, poi tutti gli altri nostri compagni;
e sentivo che qualche cosa, dentro, s'era spezzata a metà...
Ma tu l'hai voluto: di che ti lagni?

E quell'unica musica lo ha compiuto il miracolo;
nel tempo, nel tempo un volo a precipizio,
come percependo la voce nascosta d'un oracolo:
è nella mia fine che ho il mio inizio.

Qualche cosa s'era spezzata a metà, dentro,
proprio quando il passato si tornava ad offrire:
ciò che è irraggiungibile colpisce sempre al centro:
la notizia che fa soffrire, soffrire, soffrire, soffrire...

E' un riverbero di fuoco nell'intimo che s'alza, s'alza,
che mi porge con un bacio ciò che sembrava disperso:
ma questo bacio è un pugnale che balza,
perchè quel che ho di nuovo - così vivo! - qui davanti è ciò che ho perso, ho perso.

E' il profumo della rosa, che nel cuore crea delle luci,
che dai nostri compagni con tutto me stesso mi trasporta:
ma di rimpianto tu singhiozzi e bruci,
perchè il profumo più amato lo dona la rosa morta.

Ecco, solo una cosa adesso vorei sapere da chi mi legge:
è un atto di dolore, il mio, o solo una posa?
E' poesia, questa, o un assemblaggio che non regge?
La mia parola vi ha preso? Vi è rimasto qualcosa?

C'è poesia, o di parole solo uno spreco?
V'interessa ciò che dico? Vi turbo?
C'è davvero poesia o la brutta copia d'un pianto greco?
Sono riuscito a parlare con voi, oppure mi masturbo?

Vi parlo, vi parlo davvero o mi sto solo lagnando?
E' una nenia, o una piccola sinfonia?
Queste mie parole vi stanno accompagnando,
ce l'ho fatta a farvi entrare in sintonia?

Solo a voi spetta il giudizio.
Il tesoro che è nel castello è la risposta:
esser riuscito a far batter più forte il cuore è prova oltre che indizio,
e crediate che lo s'è fatto apposta.

Lo dico e solo a voi lo dico, fratello e sorella.
C'è un posto più prezioso della stessa casa in cui viviamo,
l'unico che senza legami di sangue c'affratella,
è quel posto dove ognuno può dire: è qui, è qui che io amo.

Sette ragazzi assieme in ciò che si vive ed in ciò che resta.
Quella la mia casa, lì ho amato, lì s'aprivan tutte le porte.
La morte venne sconfitta da otto settimane di festa:
tanto anche dopo la morte il cuore batterà ancora lì. Più forte.

Affinchè neanche il più piccolo gesto d'amore si cancelli,
tutto fu creato per la vita, per la vita tutto si basa,
e quei ragazzi al mio cuore, tanto tempo dopo hanno aperto di nuovo i cancelli:
“ Sei tornato a casa! Sei tornato a casa! “

Sì. Sì, ma... Jean-Loup, Bruno, Lustucru, dove c'incontreremo?
Dove c'incontreremo, la prossima volta?
Sempre nella casa della memoria, temo:
poi anche questa ci verrà tolta.

Il tempo è un rapitore, sapete.
Sembra , sembra, sembra che restituisca:
ma no, non ci credete,
il tempo è un baro: inganna e confisca.

Ma a me non interessa né vivere né morire.
A me solo importa che la vostra amicizia e le vostre emozioni sian rimaste, sian le sole.
Una ed una sola cosa può farmi gioire:
saper se nel bosco che circonda il castello filtra ancora il sole.

Che su quei volti una lama di luce ancora affiori,
intravedere i vostri occhi nel verde fitto.
Siete gli unici miei fiori,
e se il sole mi rapisce lì davanti al castello, il tempo è sconfitto! sconfitto! sconfitto!

Eccola! Eccola, mentre “Jean-Loup!” dice a voce bassa..
Rivedere quella scena, sentirne col cuore l'eco,
rivedere quella scena che non passa, non passa:
rivederla e rivederla fino diventare cieco.

Se il tempo è sconfitto posso tornare in quei posti,
sapendo che quella musica torna a rivivere, e dentro di me a lungo rintocchi.
Accendere un fuoco da campo, lasciare sette posti:
e due di loro si sono dati appuntamento nel fondo dei miei occhi.

Se il tempo è sconfitto non esiste più ora, né mese e né anno,
dice il poeta ormai rincoglionito e pazzo.
Eppur dico: ritorneranno,
e per prima cosa apprenderò da Cow-boy l'uso del lazo.

Son tornato a casa? Ma il tempo non è più dalla mia parte.
C'è un'altra spiaggia ed un altro orizzonte, il mio tempo è scaduto,
e non lo risorger questa poca arte:
non sarebbe così bello, questo mare, se non fosse già per sempre perduto.

Sono tornato a casa...ma come posso entrarvi?
vedete ragazzi, io del passato sono nunzio e messo,
ma con me non posso più portarvi:
niente è più lo stesso.

No Bruno, no Jean-Loup, è vostra e solo vostra l'età verde,
non più per me i Cinghiali delle Ardenne...
e si riapre la ferita, il sangue dei ricordi si sperde:
guardate il mio volto, il tempo non mi ha lasciato indenne.

No Lustucru, no Biloke, davanti a voi sono senza difesa, senza armi.
Non posso chiedere la grazia, nemmeno l'indulto,
dalla prigione del tempo solo Bruno e i suoi compagni potrebbero liberarmi:
ma..."Ma tu non puoi entrare qui. Tu sei un adulto"

No Patrick, no Franz, io non entro.
Ed è giusto che proprio voi tracciate una linea invalicabile: vietato l'ingresso...
Io, con voi, cosa c'entro?
Ed è giusto: perchè anch'io ho fatto lo stesso.

Perchè anch'io ho fatto lo stesso, anche un bambino ha la sua serietà...
C'erano i compagni, c'erano i buoni, i cattivi ed i nefandi,
ed avevo tracciato un'invalicabile metà:
da questo cortile stian fuori i grandi.

No capelli biondi, no, io resto fuori,
anche se nella carne della memoria riuscite ancora ad incidermi.
Tu mi dici, occhi azzurri: “Vivi, tu vivi con noi, e però muori.”
Lo hai capito,eh, ragazza? Che basta un niente per uccidermi.

Il poeta possiede la parola nascosta, sì, ma lui è fragile, fragile.
Forza, dietro Bruno e Jean-Loup, verso la pompa di benzina fai la tua corsa,
io ti seguo,anche se meno agile:
ma seguo te, bionda in rosa, e questo almeno mi rimborsa.

Mi avreste accettato nel gruppo? Cinghiali: non sono Jean-Loup, ma neanche Ridolini!
Sarei stato io il rivale in amore dell'eroe, la sua insidia?
Ma no, solo per “Jean-Loup Grandier, de Paris”, ardevan quegli occhi verzolini:
io sarei bruciato, lentamente, solo d'invidia...

E ciclicamente, un pensiero pazzo mi sorprende:
ci sarebbe una cripta nascosta, nel castello, forse un occulto cimitero,
e la solita fantasia con lei mi prende:
non è finita, c'è ancora un mistero.

C'è ancora un mistero e questa volta - naturalmente... - anch'io sono coinvolto,
e ci sono ancora sette ragazzi tutti diversi da allora , eppure uguali,
sette ragazzi che vincono e restituiscono il maltolto.
Nel pomeriggio accendete la tv: mi raccomando, puntuali...

I miei occhi già vedono le scene, si configura una storia,
si susseguono, a frammenti, le immagini;
sapete, è da queste fantasie che traggo il massimo della gloria:
tu che leggi forse già lo sai, forse anche tu immagini.

I miei occhi vedono l'irrealizzabile, e non serve alcun collirio,
per far cessare la fantasmagoria in cui mi sono calato:
perchè il mio si chiama stato di delirio,
il delirio tipico d'un malato.

Ma non fu un delirio l'avventura del castello senza nome,
no, fu la cosa più bella, più viva e più dannatamente sacrosanta,
e dove c'erano loro c'è stato tutto me stesso, il mio nome, il mio cognome:
e se il cuore di te che leggi, se il tuo cuore ricorda, forse adesso anche canta...

Poly? I compagni di Baal? Ma certo che van bene,
ma prima di tutto Jean-Loup coi Cinghiali, o loro o io sono assente,
perchè c'è una forza che per mezzora mi scatena e per mezzora lì mi trattiene:
prima i miei compagni, prima loro oppure niente.

Madame Belphégor, gli occhi splendidi di Juliette?
Ma certo, certo... però prima lei o io sono assente,
assente da scuola e anche dal Louvre, assente se non c'è quella fillette.
Prima quegli occhi verdi, Madame Belphégor: mi spiace, prima lei oppure niente.

I forti di Forte Coraggio? Il segno del comando?
Okay okay, non mi perdo una puntata, sempre presente,
ma non sta lì il mio cuore, vi dico di rimando.
Sta con Bruno e gli altri: prima loro oppure niente.

Sanremo? Beh, quello è sempre stato un mezzo rompimento di palle...
No, van benissimo i Delirium con Jesahel, ma per il resto io sono assente.
Jean-Loup, Jean-Loup che le mette il pullover sulle spalle:
questa la scena oppure il mio orecchio non ci sente, proprio un Baudo di niente.

Vorrei proiettarmi a quarant'anni fa, al mio cortile...
no, non per tornare bambino, proprio come sono adesso,
perchè in quel poco spazio si stende il mare ed un lungo pontile:
e non ci trovo grembiulini neri, né lavagne, né gesso.

“Io, un giorno crescerò, e nel cielo...”
Nel cielo della vita non ho volato, lo confesso,
non fu sempre azzurra la mia età, non lo celo:
solo vorrei tornare una volta là, proprio là, ma non da bambino, proprio come sono adesso.

Tornerei per cercare me stesso?
Anche, ma anche per scovare la verità di un tesoro in cui ho creduto,
per afferrare una volta per sempre un nesso:
un aggancio tra ciò che sono e ciò che ho perduto.

Tornare solo per trovare dei tremendi Thor e Devil coi graffi sui ginocchi, i calzoni corti,
dei Riva e dei Rivera contro i tedeschi, un muro segnato col gesso, un pallone di gomma...
delle bambine e dei bambini che dell'ora che s'è fatta si sono accorti:
davanti alla tv, sgomma, sgomma!

Tornare per vedere voi, bambini miei sconosciuti,
vedervi perchè il volto di nessuno di voi s'è ancora fatto saggio, duro, scaltro...
ma no, ma no, vi ho riconosciuti:
adesso c'ho un groviglio maledetto in gola e non riesco a dire altro.

Vedervi davanti alla tele, coi volti tutti intenti,
perchè c'è una scena alla quale non si fa il callo, ed io mai abituarmi;
bambini miei sconosciuti, adesso attenti, attenti,
vi guardano gli occhi che guardano Jean-Loup: lo so, è l'unica volta che siete senz'armi...

Il tempo può cambiare qualsiasi cuore, mai però che abbia ucciso,
e sentimenti che non passano: sì, li provano anche i marmocchi!
Credo che sul mio volto si disegnerebbe un indelebile sorriso,
se intuissi quello che provate, guardandovi negli occhi.

Solo mi spiace di non esser più con voi. Sapete ragazzi, per me eravate una specie di magìa:
non potete dare la scalata al castello e liberare me da questa stanza?
Ma c'è il tempo in cabina di regìa:
e il tempo ti lascia sperare, non ti lascia speranza.

Solo mi spiace di non aver cantato con voi, stringendovi le mani,
di quel canto non ho potuto gioire,
come viatico per la solitudine di domani:
cosa scrivo a fare, se poi qualcosa in me torna sempre a morire?

Ma un sapere c'è, che dà sollievo,
saper che in quei pomeriggi solo non ero, ma migliaia i Cinghiali,
e solo così dalle mie ceneri mi sollevo:
più ardono i ricordi, più ampie le mie ali.

Solo, in quei pomeriggi non sono mai stato:
questo sorriso arriva dalle ombre, un sorriso lasciandomi,
come se di colpo scivolasse via il velo da tutto il passato,
come se tutti quei ricordi stessero baciandomi.

Spero solo che nessuno abbia, coi ricordi, anche il dolore,
che nessuno di quei bambini mi dica: io intristisco,
come per il ricordo d'una antica offesa, come la morte d'un genitore.
Sì, io capisco.

Per esempio, mia madre mi lasciò nel '72, proprio in quel tempo.
Spesso ha note di lutto anche la più bella musica su disco,
ed un bambino di allora potrebbe dirmi: c'era gioia, e lacrime al contempo.
Sì, io capisco.

Uno di quei bambini potrebbe dirmi: in casa mia c'è stato... uno strappo,
ed ora alla tv m'appoggio, mi distrae, altrimenti svanisco,
ad ogni programma mi c'aggrappo.
Mi siedo accanto a te, io ti capisco.

Ti capisco: e dico a voi tutti, bambini miei, che questi pomeriggi non faranno ritorno.
Per questo vorrei che per voi l'età - davvero - rimanesse il più possibile azzurra,
che del dolore e dell'offesa mai conosciate il giorno:
quello che di più vivo vive in me, questo vi sussurra.

Poteste gettare su di me la sofferenza, un dolore precoce, uno scherno...
poter essere io il parafulmine, l'aiuto, la sponda,
o cinghialini che penetrate nel castello, pur davanti allo schermo.
Lo so: più alta la cresta della fantasia, più azzurra l'onda.

Poteste gettare su di me ogni macchia che v'inquina,
poter essere certi che solo il sorriso e dentro e fuori di voi abbonda...
sono io, un Bruno di quarant'anni fa che su di voi si china:
vi prendo in braccio, con me sulla cresta dell'onda.

E un'attesa in me si fa strada, insiste e più insiste,
mentre vi scruto ma di nascosto, di soppiatto:
l'attesa della sera, per poter baciare la mano più nobile che esiste,
quella di chi vi prepara la cena, cinghialini miei, e vi riempie il piatto.

Ma che belle rime! Sono bravo, signori, nevvero?
Ma questa poesia è solo la mia carne bruciata, non ne sentite il lezzo?
Troppi ricordi, troppa malinconia per arrivare al punto zero:
e troppo alto il prezzo.

Scoobi-doo! Vieni, vieni tu -”Badula!”- a risollevar il poeta piagnone,
perchè sento che su di me passa la mano della tristezza:
il cuore, leccami il cuore, mio bel supercagnolone,
e allontana da me la mano triste che m'accarezza.

Bambini miei, queste ore che vivete diventeranno solo e soltanto ricordi, ricordi,
i giorni di adesso non si rivivono e non si cancellano: restan solo preclusi.
Mordi, passato, mordi!Mordi!Mordi!Mordiiiii!!!
Io taccio, resto seduto ed immobile per un'eternità, con gli occhi chiusi.

Madame Belphégor, gentilmente, risollevi le mie sorti.
Stanotte al Louvre vengo io con un bottiglione di spuma nera, io al posto di Bellegarde Andrea,
arrivo io con le mie nuovissime “scarpe da ginnastica” ed i calzoni corti:
va beh ma poi lei fugge, davanti al mio solito attacco fulminante di diarrea...

Cerco di scherzare, alla fine rimane solo la poesia. Cosa, se non questo?
Cosa lascio, cosa di me resta?
Lascio, alla fine dei miei giorni, un testo:
una memoria che, dopo la mia fine, alla mia fine non s'arresta.

Cosa lascio ai cinghialini, per quando sarò per sempre assente?
In un luogo tutto loro, in un loro Campo Verde faranno l'appello:
forse con queste parole sarò anch'io presente,
quando di me non sarà rimasta neanche la decima parte d'un capello.

Rimarrà sempre per voi l'affetto,
rimarrà l'avventura, l'incontro con un'adolescente, bionda Venere:
non rimarranno queste mie rime ad effetto.
Ohé, les gars: rimarrà la nostra musica. Canterà anche la mia cenere.

E' stato un gran bel quadro quel mistero del castello,
dal tesoro dei Templari ai lingotti d'oro come refurtiva:
tempera, olio, colori pastello,
si leggeva la contentezza su quei volti, aperta sul mondo, non furtiva.

Ma ecco che il quadro si dissolve.
Perchè i ragazzi se ne stanno andando, il fuoco è spento! Fumo, resta del fumo...
Ombre, silenzio, polve.
La rosa, la rosa morta, il suo profumo!

Ed ecco il nuovo quadro, l'abbandono...
nei vostri occhi un silenzio sospeso,
ma facciamoci un reciproco dono:
andiamocene, lasciando il fuoco acceso.

Acceso, come i tuoi occhi di luce strapieni,
ragazza, pieni di musica e di canti.
Tutto il passato e tutti i ricordi in quegli occhi trattieni:
e adesso quasi non ci credo, adesso che sei di nuovo qui davanti.

Santo cielo, quanti anni sono passati! Quanti sono, gli anni che c'hanno diviso?
Me lo ricordo ma non lo dico, ne ho troppa vergogna,
e faccio finta che sia ieri mentre mi beo del tuo viso:
perchè il poeta è vivo sino a che vive la sua menzogna.

Il primo piano dei tuoi occhi è quello che - per sempre - ha vinto.
E il cuore di noi bambini ci disse che l'avventura cominciava in quel momento stesso:
possibile che dopo tanti anni mi tieni ancora avvinto?
Troppo tardi, se te lo dico adesso?

Tutta una settimana per quegli occhi, una freccia che scocca,
e senza di te l'avventura sarebbe stata una disfatta....
poterti dire qualcosa per meritarmi la tua bocca:
va beh, io non ce l'ho fatta.

Ma è inutile che io scriva, inutile che mi sfoghi ed inutile che faccia l'introverso,
e poi ho un soprassalto di rabbia, tutto maledico e così' sia,
perchè io sento d'aver perso, perso e perso:
maledetto tutto quanto il mondo! Maledetti poeti e maledetta questa poesia!!!

Però è stato bello lo stesso.
Questo è il mio frutto, ed allora evviva.
Ecco il perchè della trama di rime che tesso:
affinchè ogni mio compagno di questo frutto mangi, e viva.

Adesso ricordo meglio, spezzandosi tra passato e presente l'ultimo diaframma.
Ecco il vecchio divano, il televisore in bianco e nero di nuovo qui davanti, troneggiante,
in cucina, indaffarata la mamma:
mia sorella a Jean-Loup preferiva Patrick, tutta raggiante.

“ ...bella come sei, forse ancor di più...”
Mi ricordo, ricordo quando sei apparsa sullo schermo,
“...dolce come mai, come non sei tu...”
mi ricordo che aspettavo tutta la settimana, il cuore che non riusciva a star fermo,
“...un angelo caduto in volo questo tu ora sei, di tutti i sogni miei...”
è successo quando guardavi Jean-Loup, i tuoi occhi, i tuoi occhi,
“...come ti vorrei, come ti vorrei...”
e il mio cuore è saltato, non aveva più sbocchi,
“...ma c'è qualcosa che non scordo, che non scordo...”
sono balzato dentro lo schermo per cercare d'abbracciarti: ero impazzito lo so,
ma avevo 9 anni, è tutto quello che ricordo, che ricordo...


E il prossimo anno dove sarà Campo Verde: in Quebec, forse?
Perchè i Cinghiali aspettano solo il prossimo anno,
e non possono restare in forse:
ti cercheranno, ti cercheranno.

L'indirizzo, l'indirizzo per Jean-Loup: un impegno, un sorriso, una croce?
E' una promessa di vita, più di quanta su tutta la terra se n'abbia,
e per parlare, no non hai bisogno della voce:
diglielo, diglielo, diglielo solo sulle sue labbra.

Sei tu e solo tu il tesoro nel castello nascosto,
perchè al nostro cuore con quegli occhi t'appelli,
e trovi sempre posto, sempre posto:
ed anche la prossima estate, siano lunghi i tuoi capelli.

E adesso... adesso...adesso il momento è proprio giunto,
il momento tristissimo del saluto,
ed io non so che dire, non ho il minimo spunto:
quali parole, quali parole posso chiamare in mio aiuto?

Sui tuoi capelli era scesa l'estate, sul tuo volto e tutt'intorno,
ti sfioravan le ali d'una farfalla, lieve lieve,
ed io son contento di non veder quel giorno:
quando i tuoi capelli li bacerà l'inverno, colorandoli di neve.

Più d'ogni altra cosa t'avrei voluto come figlia: è come sentissi che la tua mano la guancia mi sfiora.
Mia figlia, e lasciar che Jean-Loup ti prenda per mano, correr via con lui, lontano...
E più d'ogni altra cosa vorrei esserti accanto in quell'ora:
quando una signora velata ti chiederà di venir con lei, prendendoti per mano.

Una lacrima. Una lacrima timida, che esita: poi lenta scende,
scivolando sopra le rughe attorno agli occhi,
perchè il tempo non conosce grazia: il tempo offende.
Non la vedi quella gocciolina, però la tocchi.

Scende sul labbro: la tocco con la lingua, proprio per gustare tutto il male.
Ed invece...ecco il tuo miracolo, occhi verdi: per tutto ciò che è stato, sempre e così sia.
Ma le lacrime non sanno di sale?
Mio Dio Marion! Marion, Marion, Marion, Marion des neiges: io, io non ho mai sentito
in bocca nulla di più dolce in vita mia...

“Non vale il grigio, non vale la strada
contro la luce dei suoi sedici anni.
Non vale il grigio, non varrà il tempo
contro una luce, miei poveri panni. “

Sandro Penna, Poesie inedite

















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